domenica 22 agosto 2010

Mesa verde - anasazi

Il parco è un museo a cielo aperto della storia degli indiani anasazi. Si tratta del nome che i navajo diedero agli indiani che li precedettero in qst terre (in lingua significa qlc tipo “popolo antico”).

Si passa dalle prime costruzioni nel terreno del 500-600 a.d. agli ultimi villaggi costruiti all’interno di insenature che si sono create nella roccia 1300 a.d. In pratica in cima a strapiombi ci centinaia di metri e poco sotto l’apice del monte la roccia ha creato delle insenature di 50-60 x 100-120 metri dove gli anasazi hanno costruito le loro dimore in mattoni ricavati dalla roccia sottostante.

Si tratta di un ritorno, di cui nn si conoscono le motivazioni, a caverne dove avevano abitato centinaia di anni prima come “primitivi” senza ancora avere l’uso di case. I villaggi sono strepitosi, a strapiombo sulla valle, coompleti di ogni formazione sociale come piazza, magazzini x cibo. Per raggiungergli gli anasazi si arrampicavano sulla parete mentre noi ci arriviamo con una stradina nel bosco che tra vari dislivelli ci porta nella piazza principale.

giovedì 19 agosto 2010

Il mezzo

Chi ci sta portando in giro per il far west è una mustang convertible nera. Bella, muscle car con un V6 e 305 cavalli. Peccato che il motore sia limitato dal cambio automatico e da speed limits che in italia non esistono neppure nelle isole pedonali. In pieno deserto, con strade di centinaia di miglia perfettamente dritte, 3-4 corsie x senso di marcia, lo speed limit è di 65 mph (ca 95 kmh).

La storia del cambio la capisco di più ora. Sarebbe impensabile girare x strade come qst con un cambio “europeo”… alla fine ci si abitua subito e piace anche, è senza alcun dubbio molto più comodo. È però rappresentativo di una concezione del movimento e della macchina totalmente differente dalla nostra, con lati apprezzabili ed altri meno.

Il cruise control è utilizzato da tutti e quindi la sensazione che si ha vedendo una highway è quella di un insieme megalitico e compatto di auto che si muovono simultaneamente alla stessa velocità come se fossero una cosa unica. Tutte in fila, uguali, sembrano immobili, con dentro autisti che nn sapendo cosa fare con le gambe e le braccia bevono bicchieroni di caffè, parlano, scrivono e fanno ogni altro tipo di attività…

Cmq è molto bella la sensazione girare scappottati x il deserto con intorno distese sterminate di terre di cui nn si vede a fine e il cielo che sempra avvolgerti a 360° senza vederne un confine o un orrizzonte.

Abbiamo già anche visto un paio di mustang anni 60 in giro.

L’unico dubbio che rimane ora è: importiamo una mustang d’epoca o una mastang moderna?

We are working on a dream…

La storia del caffè e di starbucks

Nn esisite l’ombra di un caffè espresso.

L’unica bevanda che risponde a qst nome in us è un beverone di almeno 30-40 cc caldo da ustione di 3° grado che si porta in giro in comodi bicchieroni di cartone sempre riciclato, come tengono a farci sapere.

Può avere varie sfumature: con vanilla, cinnamon, milk, cream, italian cream, franch flavour…

Mentre sarebbe interessante chiedere ad un francesce cosa sia il franch flavor, dell’italian cream nn c’è nulla da dire.

L’elenco dei possibili mix è sterminato e inutile (“frappuccino” con ciliegia su tutti).

Cmq in uno starbucks il “tall” è 35 cc mentre il “grande” arriva vicino al litro, immaginatevi di fare colazione con una cosa come un paio di ns birra medie piena di caffè.

Sa di poco e forse è più il gesto che lo caratterizza: si beve piano lentamente, mentre si fanno le normali cose della vita quotidiana. Lo si appoggia, ovunque ci sono gli appositi posti, lo si porta in giro sorseggiandolo da un tappo con un buco ergonomico per le labbra.

Il caffè x noi è veloce, immediato, forte e contenuto in un unico luogo. Un’altra cosa.

Upper Antylope Canyon

Andiamo a visitare qst canyon sperduto. È vicino a page, ma raggiungibile solo con una guida navajo che con un pickup 4x4 ci porta per 3 miles su uno sterrato rosso di fronte al’ingresso del canyon.

È derivato dall’erosione che l’acqua ha fatto per 2 bilioni di anni nella sandstone. È minuscolo, strettissimo, spesso nn si passa in due persone affianco, ma spettacolare. L’ora giusta è 12 am qnd il sole entra attraverso a roccia formando una serie di giochi di luce sula roccia che assume striature da giallo al rosso.

La guida racconta un po’ di storie su canyon e sul suo popolo e passa tutta la mattinata con noi dentro qst feritoia della terra.

L’effetto che si prova è qll di un indiana jones che entra in una fessura della roccia per poi rimanere abbagliati e stupiti dai colori e del posto decisamente fuori da ogni tipo di immaginazione e possibilità di racconto.

Simple awersome.

Glen Canyon

Lasciamo il Grand Canyon ripromettendoci di tornare, di dormire giù giù in fondo al canyon, al Phantom Ranch, per poi risalire al North Rim dopo aver attraversato il ponte sospeso sul Colorado. Il posto deve il suo nome all'apparizione del fantasma di un indiano che, durante la progettazione del ranch,vide i disegni e li approvò...geniale marketing di inizio secolo!
Puntiamo verso Page e Lake Pawell dove ci aspettano l'Horseshoe bend e l'Antilope canyon, entrambi i posti non tradiscono le aspettative anche se la "passeggiata" nel deserto a 40 gradi mi è costata le scarpe, le mie gloriose Nike air del 93 che ancora mi trascino dietro alla ricerca di un degno luogo di sepoltura.
All'Horseshoe il colorado si piega  forma appunto un ferro di cavallo, ma qui l'acqua non è più rossiccia come nel Grand Canyon, ma va dall'azzurro al verde, il contrastro con le rocce e la sabbia rossa è strordinario.

domenica 15 agosto 2010

Kaibab Trail Road


La nostra camera si affaccia sul Flintstones Park, Dino mi osserva dalla finestra. Purtroppo all’interno del parco non c’era più posto per dormire e abbiamo dovuto ripiegare sulla vicina Villa, però abbiamo parcheggiato vicino alla macchina di Barney, mica una roba da tutti giorni!


Esploriamo la Kaibab Trail Road e inaspettatamente è ancora meglio della Hermits, non ci sono né sentieri né navette, ma la vista è più aperta, la strada si avvicina molto al Colorado e si riescono a vedere anche le rapide.I dipinti indiani che decorano la Watch Tower alla Desert View sono degli anni 30’ ma meritano.


Non tutti i punti panoramici sono segnalati e il migliore , quello dopo Lipan è fra questi, Yaki point è raggiungibile solo a piedi o con una navetta, che però si può prendere solo in due punti de parco, ma nonostante questi disagi, avessi un solo giorno da trascorrere nel Grand Canyon sicuramente sceglierei di percorrere la Kaibab piuttosto che la Hermits.
Tramonto al Mather view … fantastico e dopo mangiato usciamo a vedere le stelle. Incredibile sono così tante da non distinguerle, mai viste così, neanche in barca, neanche in mezzo al mare.

Hermits rest route

L’alba a Yavapai Point accende le rocce piano piano, il Grand Canyon mostra tutti i suoi colori e le sue stratificazioni, lo “scalino” più in alto ha 250 mila anni, il più in basso 2 bilioni, davanti agli occhi la storia dell’umanità.


Sorvolarlo in elicottero e addentrarsi fra le sue valli è stato magnifico, un’ esperienza assolutamente da non perdere.

Nel pomeriggio percorriamo la Hermits rest route, una parte a piedi ( mmm … un po’ poca per la verità) e il resto con le navette, 7 punti di osservazione, tutti spettacolari, collegati da un sentiero a picco sul canyon che porta dal Village a Hermit Rest. Il posto si chiama così in onore di Louis Boucher, una canadese che si fermò qui a coltivare ortaggi..mah! Ortaggi?!Visto il luogo, direi che eremita fosse abbastanza azzeccato come soprannome.

Il tramonto a Hopi point è un po’ affollato ma di grandissimo effetto.

Giornata memorabile!